Le origini della grappa

Risale al 1443 la prima citazione dell’acquavite in Piemonte e, non stupisca il fatto, è stata rinvenuta in un documento del dazio. Non si chiamava ancora grappa, perché questo termine è entrato in uso in Italia solamente alla fine del secolo scorso e in Piemonte è stato preceduto da quello più dialettale branda, ma sicuramente la citazione consente di collocare la Regione tra le più antiche e blasonate nella produzione della nostra acquavite di bandiera.

La storia della Grappa Piemonte si snoda quasi parallela alle vicende dei Savoia e del Regno Sabaudo, contribuisce non poco a supportarne le spese belliche e le mire espansionistiche attraverso l’imposizione fiscale, ne subisce la severità delle leggi e, purtroppo, ricava scarso beneficio dai successi dello stato subalpino.

Vero è, contrariamente a quanto si pensa, che in Piemonte la grappa non fu solamente contadina. Anche se riceveva la vita dalle bucce degli acini d’uva dei nobili vitigni piemontesi distillate prontamente nelle cantine quando erano ancora fragranti degli umori del mosto fatto vino, l’alambicco era strumento utilizzato tanto dai nobili quanto dalla povera gente. Non solo è testimone della cosa la corrispondenza del Conte di Cavour con il suo fattore, ma anche alcune leggi che riservavano agli aristocratici alessandrini particolari privilegi. E i Savoia furono attenti all’acquavite in prima persona: nel 1583 Carlo Emanuele I conferì a un certo Orazio Senese il privilegio di utilizzare un modo particolare di “far bollire ogni sorta di liquori” e nel 1627 proibì la fabbricazione dell’acquavite senza il permesso scritto del Protomedico (nome con cui veniva indicato il magistrato della sanità).
A tanta attenzione faceva però riscontro una pari severità per il prelievo fiscale: si proteggeva la delazione e gli accensatori potevano usare ogni sorta di armi. Ma i lambiccari piemontesi non si persero d’animo e, pur rifugiandosi di sovente nella clandestinità, non mancarono di fare innovazioni tecnologiche di ampia portata.
Tra le tante va sicuramente ricordato l’apparecchio dei fratelli Stemmer di Torino che consentiva la distillazione in continuo della vinaccia un secolo prima che il disalcolatore entrasse di prepotenza nel settore. Non di minore interesse è stato l’alambicco Rocco (1870 circa) che funzionava a vapore e consentiva un’agile estrazione del cremortartaro e l’innovazione condotta con l’arrivo alla Stazione Sperimentale di Asti del Comboni (1900-1905) e quindi delle nuove teorie sulla distillazione a vinacce emerse. Non si è certi che sia figlio di queste l’alambicco a bagnomaria di stile piemontese, ma sicuramente è ancora oggi uno di quelli che meglio si presta a trattare in modo delicato vinaccia umida ma non grondante.